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Nel regno di Lo’


  Giuseppe Magrin 


Un viaggio tra monti irreali in uno sconfinato deserto di terra e di pietre increspato di cime innumerevoli e senza nome…tra cui si insinuano per valli profonde, fiumi fangosi e violenti, con saltuarie apparizioni di verdi piani coltivati, e poveri villaggi d’alta montagna.
Un regno di pace e di manifestazioni forti della natura: venti, sole bruciante, alte valli contornate delle nubi pesanti del monsone, e ancora, rare comparse di cime bianche vertiginose e altissime: le più alte della terra, campi coltivati e fioriti di rosa e di giallo insomma un mondo pittoresco che pare scenografia di fiaba e di sogno.
Così, dopo viaggi complicati con piccoli aerei che ci portano non senza emozioni tra i colossi del Dahulagiri e dell’Annapurna fino a Jomson, ci inoltriamo nel misterioso Regno di Lò, le terre del sud, abitate da etnie tibetane preservatesi sin qui, per l’alto isolamento dei luoghi, da scosse e cambiamenti politici, in una enclave che però è prossima a non esser più chiusa e protetta dalle sue stesse asperità ambientali, visto che si va ad aprire una strada di tracciato impressionante per arditezza, che collegherà il vecchio Tibet con l’India passando proprio di qui.
Sette viaggiatori, sette portatori, sette cavalli….
Il sette è il nostro numero magico e la formula vincente per un viaggio difficile ma fortunato. A Katmandù, città di un oriente caotico, tumultuoso, soffocato di traffico e di multiformi presenze, inondata di commerci, di arti raffinate, di usi secolari, di interessi incrociati, di vita e di morte, di verde e di sporcizia, tra volti incantevoli e rughe di sofferenza, tra spiritualità e cultura millenaria, qui, noi sette ci incontriamo e da qui saremo gruppo: viaggiatori per ora, e presto noi, i portatori e i cavalli in unica falange.
Ruoli già assegnati e ineludibili, percorso deciso a prescindere da tante possibili incognite, meta: il cuore del lontano Regno di Lò, e la capitale del sud tibetano, la mitica Lò Mantang e breve distanza dal confine ora cinese.
Speciali affinità per le filosofie di tolleranza, di rispetto e di compassione che son proprie del bhuddismo, percorrono il gruppo.


Dunque non ci esimeremo da devoti pellegrinaggi ai remoti santuari che testimoniano i passaggi dei grandi lama.
L’amico Alessandro Gogna, grande alpinista, diceva in un recente convegno di scalatori, che aprire una nuova via coi criteri dell’alpinismo classico, corrisponde al piacere di potersi perdere su una parete, in altre parole al piacere di vivere nell’incertezza fino a che anche il nuovo quesito non sia risolto. Ecco, la scalata di una parete incognita è come un nuovo viaggio, un viaggio in luoghi sconosciuti e vagamente immaginati, ovvero intensamente sognati, essa ci restituisce il piacere dell'incertezza, e con esso, quello della scoperta, dell’incontro col sogno ed uno spunto per crescere nella nostra esperienza di viaggiatori della vita e …del mondo.
Non si tratta solo di fuggire dalle consuetudini alle quali torniamo sempre volentieri, ma di avere una passione, di vivere una avventura che non potrà che arricchire la nostra breve esistenza.
Si vivono certe esperienze anche per amore della verità e nel proposito di far proprio di un viaggio, ciò che vogliamo credere, ci sarà utile di seguito, aggiungendovi qualcosa di specificamente nostro. Se abbiamo scelto di vivere ancorati alle nostre certezze, alle abitudini, alla casa o alla carriera, seguiremo il consueto rituale sacrificando una delle cose migliori della vita, ovvero la libertà di andare, di sperimentare, di essere!
Certo il viaggiare non ha l’obiettivo di rifondare la società, non è una sorta di dichiarazione politica, né un atteggiamento sociale o un ambito morale…ma un atto creativo, vorrei dire una forma d’arte…una deliberata scelta personale utile a riallineare sé stessi nel tempo, nello spazio, per la vita.
Dar luogo ai nostri desideri, perché no, anche ai sogni, anzi, tradurli in fatti, divenire per sé stessi, con l’accrescere le proprie esperienze in modo positivo.
Occorre affrontare i propri timori per maturare una vita più soddisfacente e poi, dar concretezza e tempo alla nostra potenziale possibilità di fuggire a quegli ambiti che in vario modo ci “costringono” questo a volte ci è indispensabile ci apre alla speranza.
Lo abbiamo sognato da adolescenti, quando le fantasie avevano parte preponderante, più avanti spesso non osiamo più farlo ed è quando manchiamo a noi stessi trascurando la nostra stessa creatività.


Allora quando il virus dell’inquietudine si impossessa di noi e la strada che porta lontano sembra larga e diritta, si deve aver per prima cosa una buona ragione, una ragione sufficiente a farci partire.
Si arriva tra sconosciuti che non vi invidiano e non spettegolano su di voi, né deridono i vostri successi o godono delle vostre sconfitte.
Tra loro si deve saper ricominciare ed è come un bagno purificatore, una specie di redenzione…Viste alcune immagini, sapute poche notizie sui luoghi, si poteva molto fantasticare sul Regno di Lò, su quelle lontane regioni dell’Himalaja profonda, dimenticate dagli uomini, isolate,(ancora per poco) e senza vie di collegamento.
La selvaggia e profonda valle di Kali Gandaki sprofondata tra monti nudi e sconfinati, era forse la via seguita dal Dalai Lama e dai fuggitivi del Tibet che dopo gli anni ’50 erano riparati in India per sottrarsi alle violenze cinesi.
Villaggi di pietre e fango, perduti monasteri, rare case di pastori di montagna, monti bianchi di neve ed altissimi, avevano assistito all’esodo disperato, mentre un re d’altri tempi, era per cedere i pochi suoi poteri alla più potente casa reale di Katmandù in cambio dei gradi di colonnello dell’esercito nepalese. Ma, si diceva, che tra quei monti aridi e selvaggi, oltre le rosse guglie di Drakmar, valicando un passo altissimo, apparisse d’un tratto, come per incanto una piana verde punteggiata di campi rosa e gialli, e, tra rari alberi su cui volteggiavano i corvi e i gipeti, un grande palazzo rosso, come una fortezza contornata da poche case: Lo Mantang era come una apparizione, come un sogno fantastico, un’isola lunare tra terre multicolori segnate dall’arsura, dalla remotezza, dalle vastità della terra montagnosa e deserta.
Camminando su quelle pietre polverose, pensavo al “deserto dei tartari” alla eterna inutile attesa.


Un simile sogno prendeva però forme concrete al risalire la valle ventosa in senso opposto a quello di acque larghe e copiose, dense di fango che calavano da solchi sconosciuti.
Rare carovane di cavalli, rudi cavalieri, muli e conducenti…il tempo come fermo al Medioevo.
Un mondo di calanchi franosi, pendii repentini, cespugli di spine e piccoli fiori, sassi, pietre, pietre e sassi….terre colorate, nubi pesanti a coprire le cime, sete ed arsura…una terra che ha fame di verde, di erbe, di vita…
Procediamo così col miraggio del Regno di Lò…per giorni…poi, un mattino, già stanchi per ore di cammino, raggiungiamo un valico e proprio come una visione fantastica ci appare la città di fiaba, col suo grande palazzo rosso, i campi di boffit, le case di fango, i muri, i gompa, gli chorten, fiori e bandiere di preghiera…ecco, dopo giorni e giorni di piste tortuose, di fiumi violenti, di sassi e di pietre, dopo qualche non trascurabile ma.. sana fatica, siamo dentro il nostro sogno.


  a cura di
  Filippo Zolezzi

 
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