Home Alpinia.net
  Home Aziende
  Home Editoria
  Periodici in Edicola
  Recensioni Libri
  I racconti di Alpinia
  Presentazioni Libri
  Incontri con Autori
  Librerie di Montagna
Notizie e Curiosità
dal Mondo
della Montagna
 Metti tra i Preferiti 
 Segnala ad un amico 
 Scrivici 
 Contatti 

 

 

 

 


PERCHÉ GIRARE IN CANOA ATTORNO A UN’ISOLA?


  Igor Napoli 

Nell’immaginario di ogni alpinista c’è sempre un po’ di mare: molte montagne della terra vi affondano le radici.
I monti “sorgenti dalle acque ed elevati al cielo” hanno sempre catturato l’attenzione dell’uomo, ancor prima di Alessandro Manzoni, forse perché sintetizzano l’unione di due estremi che si toccano: orizzontale e verticale.
L’orizzontale che genera il verticale: un connubio quasi simbolico, che si colora in certi casi addirittura di toni mistici.
Abbiamo diversi esempi di montagne di questo tipo, divenute mete di pellegrinaggi e oggetto di culto perché considerate sacre: il Kailash, in Tibet, che sorge dai laghi Manasarovar; i numerosi picchi di 6.000 metri in Bolivia che sorgono dal lago Titicaca e, senza andare troppo lontano, lo stesso Olimpo, sede delle divinità elleniche, alto circa 3.000 metri, che si erge a pochi chilometri dal mare.
Le trasparenze e le sfumature cromatiche dell’acqua a volte trasmettono la stessa emozione dei riflessi del sole sulla neve fresca.
Molti paesaggi marini in alcune ore del giorno possono suscitare nell’animo umano sensazioni
primordiali di perfezione estetica, di comunione con l’assoluto, alla pari di analoghi paesaggi montani.
L’unione di questi due antitetici ambienti può creare impressioni e atmosfere indimenticabili.
È bello ipotizzare una scalata che, come nel romanzo Il Monte Analogo, parta dal mare per avvicinarsi al cielo.
Se cercate emozioni di questo tipo, qui in Sardegna avete trovato il posto giusto.
Quante volte, al termine di una significativa esperienza in montagna, svaniti gli effetti psicofisici provocati dalle fatiche, dalle tensioni e dalle paure della scalata, abbiamo sentito l’esigenza di un finale liberatorio che annullasse ogni forma residua di stress, attraverso morbide e meno impegnative “situazioni orizzontali”, per esaudire una volta tanto il desiderio nascosto di sdraiarci su una spiaggia e lasciarci cullare dal suono delle onde: ecco gli estremi che si toccano, il cerchio che si chiude.
Ho detto desiderio nascosto perché in genere gli alpinisti considerano l’ambiente marino come un posto dove non si rischia e non si fatica, da guardare con una certa sufficienza.
Un alpinista incallito spesso si vergogna di confessare di essere stato al mare.
E questo fa un po’ ridere. Infatti il mare non è solo sinonimo di ombrelloni, palme e sedie a sdraio. Sta alla nostra fantasia saper cogliere le sue sfide: la molla che fa levare l’ancora al velista per una traversata oceanica non è dissimile da quella che fa partire l’alpinista solitario verso la sua cima. Fino a giungere agli estremi esempi di quei veri campioni che l’oceano lo hanno attraversato a remi, con la sola forza delle loro braccia.
Per fortuna – e non si sa ancora per quanto tempo – nelle isole del nostro Mediterraneo si conservano molte zone selvagge e sperdute, dove il senso di isolamento dal resto del mondo è consistente.


Gironzolare lungo queste coste a piedi, cercando la strada tra le pietraie profumate di timo e rosmarino, evitando i graffi taglienti dei ginepri stecchiti dal sole; “navigare” nella fitta macchia mediterranea, dopo aver smarrito anche l’ultimo sentiero, magari sull’orlo di abissi luminosi di calcare che si tuffano nel blu del mare; pedalare lungo piste costiere, accompagnati dal suono della brezza e dai versi striduli dei gabbiani; o ancora farsi sospingere dalla forza del vento su una barca a vela, o pagaiare nel silenzio. Diversi aspetti del “viaggiar lento”, modi semplici per avvicinarsi alla natura allo stato brado, vivere il mare addentrandosi nell’essenza più vera del pezzo di terra che stiamo visitando.
In questa maniera si ha l’occasione di scoprire e conoscere le coste, il perimetro di un’isola, metro per metro, con numerose varianti a disposizione: se si è camminatori scendere dagli altipiani al mare e rinfrescarsi in baie fantastiche; se si è navigatori salire dal mare alle montagne visitando l’entroterra e i canyon, arrampicandosi su fantastiche pareti di roccia.
La simbiosi di queste due esperienze, viaggiare per mare e arrampicare, non può che lasciare sempre ricordi assai intensi.
Dopo diversi anni di alpinismo, mi è venuta a poco a poco l’idea di misurarmi con il mare: non certo perché ormai sapessi tutto delle montagne.
È che non sapevo quasi nulla del mare, un terreno per me completamente sconosciuto, e quindi un buon punto di partenza per inventare un nuovo tipo di gioco-avventura.
Ma non certo in barca a vela: in passato un paio di fugaci esperienze di quel genere mi avevano ridotto nel giro di poche ore a uno straccio umano.
Dovevo passare dalla Corsica alla Francia, e da Minorca a Maiorca. Chiesi un passaggio a una barca a vela in ambedue le occasioni.
La prima volta vomitai e scesi a terra dopo una ventina di ore che sembravo uno zombi; la seconda volta affrontai la vela come controprova: non vomitai solo perché il percorso era più breve, ma mi dissero che alla fine ero diventato verde.
Da buon appassionato di kayak nei torrenti alpini, avevo maturato nel tempo la curiosità di verificare come si sarebbe sviluppata l’avventura in mare con un simile mezzo di trasporto.
Ero già pratico di lunghi viaggi in bici con borse e borsoni, e per quanto riguarda il kayak nei torrenti alpini la mia esperienza non si era quasi mai spinta al di là del quarto grado. Seguì il periodo delle lunghe vacanze in Francia, dalla Roja a Briançon, da solo o con altri compagni, alcuni dei quali reclutati casualmente strada facendo.
Seguendo le informazioni di un libro-guida,”Il reste ancore des rivieres” discesi in varie tappe molti fiumi nel bacino della Durance e nelle zone limitrofe, facendo in diverse occasioni una specie di trekking fluviale. Qualche anno più tardi volli dedicarmi ad altri sport, tra cui il volo libero in deltaplano, perciò lasciai un po’ da parte queste gite in canoa: preferivo, quando capitava, scendere da solo torrenti locali più facili che ancora non conoscevo.
E intanto si era andata radicando sempre più in me l’abitudine di viaggiare per mare, sfruttando la stessa e unica canoa da fiume che possedevo, in circumnavigazioni di isole più o meno piccole.
Mi affascinava l’idea di coprire grandi distanze con la sola forza delle braccia, pian piano e senza fretta, come la goccia d’acqua che lentamente scava anche la roccia più dura.
Contemporaneamente mi affascinava e mi impauriva la consapevolezza di stare da solo in mezzo al mare, più o meno lontano da terra, in perenne oscillazione su un piccolo guscio di plastica e con chissà quali e quanti pesci enormi sotto il sedere che, anche se non vedevo, sicuramente c’erano, probabilmente anche affamati!
All’inizio mi sembrava un’avventura un po’ matta: imbarcarsi su un traghetto non a bordo
di un’auto come gli altri, ma semplicemente a piedi, con la pagaia in una mano e nell’altra
una canoa-zaino, che sarebbe diventata da quel momento il mio unico rifugio e mezzo di trasporto
per alcune settimane.

Il risultato fu in effetti meno difficile di quanto avessi immaginato: mi appassionai talmente
a questo tipo di navigazione che nell’arco di una ventina d’anni circumnavigai, da solo o
in compagnia, diverse isole del Mediterraneo (Corsica, Elba, Minorca, Ibiza, Formentera,
Porquerolles, Cres, Lussino, Ilovik, Itaca, Brac, Hvar, Korcula) e diversi tratti costieri compresi
tra le Cinque Terre e le Calanques di Marsiglia.



(Per gentile concessione della Editrice MAGENES, Milano)


  a cura di
  Filippo Zolezzi

 
intro >>