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IL NERO


  Gianfranco Bertolotto 

Si era quasi a San Silvestro di un dicembre rigidissimo, come non accadeva da anni.
Teulin, il pastore, aveva messo al riparo le sue pecore nell'angusta stalla della cascina, e le nutriva con il raccolto dell'ultima fienagione.
La prima neve aveva fatto la sua comparsa il giorno di Ognissanti; d'allora, gelo e maltempo non avevano dato tregua.
Così, a Natale, un manto bianco alto mezzo metro ricopriva campi e boschi. L'anno prima, invece, il gregge aveva frequentato i prati fino al solstizio d'inverno; l'erba, benché tarpata dai primi freddi, aveva permesso agli animali di brucare ancora avidamente.
La cascina sorgeva solitaria, mezz'ora a piedi dal centro del paese; una ripida scarpata e un fitto pioppeto la separavano dal fiume.
Il pastore l'aveva presa in affitto molti anni prima da proprietari emigrati in America.
Questi, benché lontani, non si erano mai scordati di esigere il dovuto: il primo di ogni mese, un loro emissario si presentava puntuale a riscuotere la pigione.
In cascina, però, il pastore non ci stava tutto l'anno.
Infatti, verso la metà di giugno, conduceva il gregge all'alpeggio.
Per salire in montagna, si doveva sorbire una faticosa trasferta: dieci chilometri di strada più due ore di ripido sentiero, fino a una grangia che il sindaco gli aveva ceduto per pochi spiccioli.
Ma una volta lassù, le pecore pascolavano in libertà, inerpicandosi sui pendii impervi ricoperti di erbe profumate.
Tornavano a valle la fine di settembre, quando cominciavano a cadere le foglie dei pioppi.


Teulin aveva preso moglie in età matura.
La lunga ferma in tempo di guerra - s'era fatto la campagna di Grecia insieme agli alpini - e la successiva militanza con i partigiani si erano portate via gli anni migliori della gioventù.
Rosa, la consorte, l'aveva seguito in montagna per tante stagioni, fin quando era nata la seconda figlia; d'allora aveva dovuto rimanere a casa, per accudire la famiglia.
Così, l'ultima estate, Teulin l'aveva trascorsa in assoluta solitudine. All'ombra delle possenti pareti rocciose, s'era guardato il gregge in compagnia di Roki - il fidatissimo cane - e di un giovane mulo acquistato alla fiera di primavera.
Una volta alla settimana, lo raggiungeva un garzone: lo riforniva dei viveri, e trasportava in paese la ricotta e il formaggio appena prodotti.
Benché amasse quella vita dura e primitiva, a stretto contatto con la natura più severa, Teulin aveva atteso impaziente l'esordio dell'autunno.
Gli anni passano per tutti, e i sacrifici imposti dal suo mestiere cominciavano a farsi sentire.
Durante il giorno, non s'accorgeva del trascorrere delle ore: preso da mille impegni - mungere, lavorare il latte, rassettare l'ovile - si scordava pure di prepararsi da mangiare.
Ma all'imbrunire, la nostalgia della famiglia gli stringeva il cuore. Allora, seduto su un masso davanti alla grangia, attendeva che il cielo si riempisse di stelle.
Qualche volta, una lacrima furtiva gli rigava il volto; perciò, quasi che si vergognasse, rientrava in fretta nella baita e si buttava sulla branda, stanco morto.


Quel maledetto inverno, fin dai primi di dicembre, il fiume lo potevi attraversare a piedi sopra uno spesso strato di ghiaccio, e le piante scheletrite erano perennemente ricoperte di brina.
Ma il gelo non era l'unica minaccia...
In paese, infatti, correvano voci sempre più insistenti a proposito d'un branco di lupi: si diceva che vagassero nei boschi sprofondando nella neve, e di notte, costretti dalla fame, s'avvicinassero alle case.
Molti giuravano di averli sentiti ululare, ma nessuno s'era ancora imbattuto nelle loro impronte.
Né, tanto meno, si sarebbe trovato qualcuno disposto ad avventurarsi nella selva per cercarle.
Eppure un testimone c'era, anche se poco credibile: si trattava di Tonio, un ragazzo che aveva perso i genitori quand'era ancora bambino.
Tonio viveva da solo, e campava facendo qualche lavoretto saltuario.
Più spesso, però, passava le giornate all'osteria bevendo sempre qualche bicchiere di troppo.
La carità amorevole di alcune brave donne del paese aveva impedito fino allora che andasse in giro vestito solo di stracci sporchi: a turno, infatti, si davano da fare per lavare e rattoppare i suoi vestiti.
Inoltre, molto spesso gli cedevano capi d'abbigliamento dismessi da figli o mariti.
E una sera d'inverno, Tonio piombò all'osteria atterrito e confuso.
"Cos'hai visto, Tonio, il diavolo in persona?" gli domandarono gli avventori, vedendolo pallido come uno spettro. Il ragazzo rispose farfugliando: "Il nero, il nero!".
"Il nero? Spiegati meglio Tonio, chi è il nero?".
E Tonio narrò la sua disavventura.
Era solito vagabondare nei dintorni del paese fino a notte fonda, e quella volta sosteneva d'aver incontrato un lupo nero come la notte, che gli aveva sbarrato la strada e poi l'aveva inseguito.
Ma quasi tutti stentavano a credergli.
Soltanto un sedicente esperto provò ad andare controcorrente, dando ragione al ragazzo: "Potrebbe essere un lupo melanico..." sostenne sommessamente.
Teulin, invece, era scettico e ironizzava sulla fantasia malata della gente:
"Se lavorassero come me, da mattina a sera, non andrebbero dietro a certi pensieri; ho passato l'estate in montagna, e di lupi neppure l'ombra... Adesso mi vorrebbero far credere che le belve sono scese quaggiù!".
Rosa, invece, era molto preoccupata e lasciava uscir le figlie il meno possibile.
Per le bimbe, restare in casa era davvero un grosso sacrificio: Chiara, la più piccola, aveva appena imparato a camminare, mentre Giulia, che frequentava la scuola elementare, stava trascorrendo le vacanze di Natale.
Nonostante le frequenti nevicate, il papà aveva tenuto sgombro il cortile e durante le poche ore di sole Giulia si divertiva a far correre la sorellina. La guidava, tenendola per mano, poi faceva finta di abbandonarla allontanandosi di qualche passo.
Fermatasi, la chiamava e si faceva raggiungere.
Allora, Chiara, un vero scricciolo sempre in movimento, si lanciava verso di lei con la sua andatura ancora goffa e incerta, cinguettando piena di gioia.
Da quando madre natura le aveva fatto scoprire il potere delle sue gambette paffute, non avrebbe voluto fermarsi mai, anche a costo di ruzzolar per terra dalla stanchezza.
La sua vivacità aveva messo la mamma in apprensione: lei, infatti, temeva che da un momento all'altro la figlia potesse sfuggire al suo controllo e allontanarsi da casa.


Per fortuna, nell'imminenza del Santo Natale, l'aria di festa contribuì a sopire ansia e timori.
La notte della vigilia, la chiesa parrocchiale si riempì di fedeli per la messa di mezzanotte - spuntarono tra i banchi anche i più allergici alle funzioni -, e l'osteria rimase aperta fino alle ore piccole.
Il giorno dopo le strade erano quasi deserte: i deschi imbanditi - regnava in paese una povertà dignitosa, ma nessuna famiglia si faceva mancare un buon pasto - avevano trattenuto la gente dentro casa.
Ma il mattino di Santo Stefano, una ferale notizia spazzò via la gaiezza.
In un pollaio, ai confini del paese, fu scoperto un massacro di galline: le gabbie erano state aperte, e la neve intorno, rossa di sangue e cosparsa di piume, testimoniava d'una disperata lotta per sopravvivere.
Allora, i sospetti divennero certezza e la paura si diffuse a macchia d'olio.
"I lupi sono una minaccia per il paese," asserì grave un assessore comunale; "dovremo organizzare una battuta di caccia!".
Ma i cacciatori, numerosi e fanatici in quella comunità, tacquero e non mossero un dito.
Teulin volle constatare di persona, e raggiunse la scena del delitto a bordo del suo carretto trainato dal mulo.
Esaminate le numerose impronte, sentenziò: "Sono state le volpi, e non i lupi a sterminare le galline! Si vede che ieri i padroni del pollaio erano presi con i bagordi, e non si sono preoccupati di sigillare porte e finestre. Le predatrici ne hanno approfittato!".
Sostenne la sua tesi anche durante la consueta visita all'osteria, ove non disdegnava di fare tappa ogni volta che si recava in paese.
Sentite le sue affermazioni, gli animi degli avventori si riscaldarono, anche grazie alle abbondanti libagioni, e nacque una vivace discussione.
Le voci dei contendenti si fecero via via più alte e si rischiò di venire alle mani.
Fortuna volle che di là passasse il parroco: "State sereni, amici, e non adiratevi.
Volpi o lupi che siano, Dio ci proteggerà!" asserì, fedele al suo ruolo. Teulin, che non era un credente esemplare, replicò prontamente: "Ha ragione reverendo; ci dovrà aiutare il Signore, perché se fosse solo per i nostri cacciatori potremmo pure soccombere..."
"Questo è troppo!" si sentì gridare, e qualcuno si levò dai tavoli con intenzioni minacciose.
Il parroco, vista la mala parata, prese il pastore sottobraccio e l'accompagnò in fretta al suo veicolo, consigliandolo con premura di lasciare il paese.


L'ultima domenica dell'anno, Teulin spese l'intero pomeriggio a spaccar legna; infatti, doveva ridurre in ceppi un tronco d'acacia, recuperato nella fitta boscaglia in riva al fiume.
Bisognava rimpinguare la legnaia, dissanguata dai frequenti prelievi: il camino di casa ardeva di continuo, per difendere la famiglia dal gelo delle notti interminabili.
Per tutta la giornata una densa foschia aveva appannato il cielo; verso sera, si trasformò in una fitta nebbia, che lasciava intravedere a malapena la macchia scura del pioppeto.
Terminato il lavoro, Teulin era accaldato, nonostante la bassa temperatura; posò l'accetta sotto il portico e si apprestò a entrare in casa per darsi una lavata e cambiar d'abito.
Roki, che fino allora era rimasto accucciato sulla porta d'ingresso, d'improvviso scattò in piedi e si mise a correre.
Fermatosi all'estremità del cortile, cominciò a latrare furiosamente.
Aveva il pelo ritto sul dorso - un segno di grande aggressività - e il padrone decise a malincuore di attaccarlo alla catena.
"Sente qualche bestia nelle vicinanze" pensò, e fu preso dal timore che fuggisse via, perdendosi fra i boschi.
Era già accaduto altre volte; tuttavia, con la notte imminente e tutta quella neve, sarebbe stato impossibile andarlo a cercare.
Prigioniero della catena, il cane non si calmò affatto ma continuò a girare in tondo ringhiando minaccioso.
Prima di entrare in casa, Teulin fece ancora un salto nella stalla: da un po' di tempo, il belato delle pecore si era fatto insistente e lamentoso.
Aprì la porta, per controllare se reclamavano il nutrimento, e notò una strana agitazione.
Gli animali vagavano da un angolo all'altro, come se cercassero impauriti una via d'uscita.
Quando mancavano dieci minuti alle diciotto, il campanile della chiesa suonò la messa vespertina.
Nel silenzio immobile della sera invernale, i rintocchi si udirono fino a grande distanza dal paese.
Era buio da un pezzo, complice l'ombra lunga delle cime, e cominciava a soffiare il vento gelido che scende dalla montagna.
In poco tempo, la corrente d'aria si portò via la nebbia scoprendo un magnifico cielo stellato.
Fu allora, appena tacquero le campane, che risuonò terribile l'ululato.
Veniva dal pioppeto, e sembrava un urlo disperato che ti gelava il sangue nelle vene.
Teulin balzò fuori dall'ovile, tenendo in mano il forcone che usava per gettare il fieno nella greppia.
Rosa e Giulia, intente a preparar la cena, abbandonarono il lavoro e uscirono terrorizzate; in preda al panico, lasciarono spalancata la porta di casa.
Frattanto, il latrato di Roki, rauco per lo sfinimento, si era trasformato in un rantolo e per poco la povera bestia non soffocò, nel tentativo di sfuggire alla catena che gli chiudeva il collo.
"Tornate dentro casa voi, subito!" gridò Teulin all'indirizzo di moglie e figlia; poi, armato del forcone, si diresse verso il bosco dei pioppi.
Quando ebbe percorso una cinquantina di metri, si trovò al di fuori del flebile fascio di luce proveniente dalla cascina.
Si fermò, e attese che i suoi occhi si adattassero all'oscurità.
E finalmente li vide: ombre furtive, che caracollavano leggere nella neve polverosa dileguandosi dietro gli alberi.
Un brivido gli corse lungo la schiena e per un po' stette immobile, come pietrificato.


Poi, un lupo uscì dal bosco, avanzò lentamente e s'arrestò pochi metri davanti al pastore: aveva un pelo folto e nero come non gli era mai capitato di vedere, e i suoi occhi rilucevano come carboni ardenti.
"Il nero!" urlò sbigottito Teulin.
Comprese ben presto che l'animale non intendeva più nascondersi: lo avrebbe di certo attaccato.
Gli tornò alla mente un'estate della sua gioventù, quando all'alpeggio aveva difeso il gregge circondato da un branco.
Allora, di fronte all'uomo, i lupi erano fuggiti per la paura.
Ma stavolta era diverso: s'era imbattuto in predatori che lottavano per restare al mondo, oppressi da un inverno spietato.
Un sudore freddo gli bagnò le tempie.
Intanto, il nero continuava a puntarlo, per nulla intimorito dai rebbi del forcone.
Stettero a fronteggiarsi per un tempo che sembrò interminabile, poi il pastore cominciò a indietreggiare.
Si mosse con lentezza, nel timore che un gesto inconsulto potesse scatenare l'assalto della belva, e continuò a brandire il forcone, pronto a difendersi.
Frattanto, silenziosi come fantasmi venuti dalle tenebre, comparvero altri due lupi che si disposero a fianco del nero.
Un passo dopo l'altro, con lo sguardo sempre fisso sulle belve, Teulin raggiunse il cortile.
Tremando per la tensione, portò una mano alla fronte per asciugare il sudore e per un attimo allentò i muscoli del braccio.
Abbassò, di conseguenza, il forcone.
Allora, il nero si mosse verso di lui; chinò leggermente la testa e drizzò le orecchie, quindi inarcò il labbro superiore, emettendo un ringhio sordo e terrificante.


Chiara, agghindata con il vestitino sgargiante che la nonna aveva confezionato per Natale, stava giocando sul tappeto della cucina.
Quando s'accorse che la porta di casa era aperta, s'affacciò incuriosita. Intravide il papà in fondo al cortile; e, senza esitare un attimo, corse da lui.
Giulia e la mamma, piene di paura, se ne stavano appiccicate a un pila del portico.
Giulia tremava come una foglia e Rosa cercava di calmarla, stringendola forte a sé.
Nessuna delle due s'accorse di quel batuffolo colorato che sgattaiolava fuori di casa.
Quando videro Chiara allontanarsi, ammutolirono, sopraffatte dall'incubo che prendeva forma sotto i loro occhi.
Rosa si portò una mano davanti alla bocca, mentre una smorfia di orrore le devastava il viso. Cercò di gridare, ma la voce si fermò in gola.
Si mosse per fermarla, ma Giulia, presa da un singhiozzo convulso, la trattenne.
Infine, ripreso il fiato, invocò Chiara con la voce rotta dal pianto.


Ma pochi secondi dopo, Chiara se ne stava già avvinghiata a una gamba del papà.
Teulin, sorpreso e shoccato, lasciò cadere il forcone, si chinò e prese in braccio la figlia.
Sul momento temette il peggio e il sudore colò abbondante lungo la sua fronte. Poi, gli giunse alle orecchie il belato atterrito del gregge.
Rammentò allora che, nella fretta di precipitarsi fuori, aveva lasciata socchiusa la porta dell'ovile.
Non perse la calma e riprese a ragionare con freddezza: "Queste bestie hanno fame e puntano alle pecore..." pensò, "forse... se scappiamo non c'inseguiranno. Pazienza, sacrificherò il gregge; sempre meglio che finire sbranati!" e si preparò a fuggir via, portando in salvo la bambina.
Ma non ebbe il tempo di voltarsi che, simile a una furia, sopraggiunse Roki.
Rosa non si era rassegnata ad assistere impotente alla tragedia; era corsa a liberare il cane e lo aveva aizzato contro i lupi, gridando come un'invasata.
Tuttavia, il nero neutralizzò agevolmente l'assalto di Roki: si rizzò sulle zampe posteriori e lo bloccò.
Gli altri lupi gli saltarono addosso, e il latrato furente della povera bestia si trasformò ben presto in un guaito straziante.
Teulin osservò sbigottito il sangue che schizzava a fiotti dalla gola di Roki; quindi si voltò, pronto a scappare dentro casa.
Nella sua testa frullava un caos di pensieri e s'affacciò persino il barlume di una preghiera:
"Santa Madonna, fai che vadano dritti nell'ovile!".
Restò di sasso, quando si trovò davanti la moglie che correva all'impazzata.
Visto lo scempio del loro cane, Rosa aveva preso una decisione disperata: era entrata in casa e aveva afferrato con le molle un tizzone ardente nel camino.
Poi si era gettata urlando contro i lupi.
Superò d'impeto Teulin, che si era fermato annichilito.
"Andate via brutte bestie, via, via!" gridava, brandendo il tizzone come una clava.
In un attimo si trovò davanti alle belve: i loro occhi riflettevano come specchi la luce rossa del tizzone incandescente.
Ma qualcosa cambiò nello sguardo degli animali: lentamente si fece strada il terrore.
Infine, anche per il nero, l'atavica paura del fuoco fu più forte della fame.
Arretrarono tutti con la coda fra le zampe, quindi si voltarono e fuggirono.

Scomparvero presto, inghiottiti dalla notte.






  a cura di
  Filippo Zolezzi

 
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