Ambiente e Natura

Il crollo della diga di Pian del Gleno: errore tecnico?

Collana:

Autore: Umberto Barbisan

ISBN 88-88697-19-2

Euro 8,90

Formato: 14 x 16 cm

Pagine: 50

Editore: Tecnologos

 


 

Il crollo della diga di Pian del Gleno: errore tecnico?

Umberto Barbisan

Tecnologos

 

la copertina
All’alba del primo dicembre 1923, Francesco Morzenti era l’unico sorvegliante della diga di Pian del Gleno (Bergamo) e il principale testimone della catastrofe, ma il suo resoconto dei fatti, rilasciato alla stampa e agli inquirenti, varia alquanto in relazione a quando ed a chi lo dichiarò. In una delle prime versioni Morzenti raccontò di aver ricevuto una telefonata dalla centrale idroelettrica di Molino di Povo, verso le sette del mattino: l’interlocutore gli ordinò di aumentare la portata dell’acqua inviata alla centrale idroelettrica.
Morzenti lasciò la cabina di controllo e si avviò verso la passerella a valle della diga, posta sotto i possenti piloni nella parte centrale della gola. Era buio, piovigginava ed era già arrivata la prima neve che imbiancava le cime. Mentre azionava il volano per aprire la valvola della saracinesca di scarico sentì un tonfo, una vibrazione, quasi un piccolo terremoto, caddero sassi.
Poi vide una fessurazione allargarsi da uno dei piloni; fuggì, riuscendo a stento a salvarsi.

Quella tragica mattina sei milioni di metri cubi di acqua e fango si riversarono dall’enorme fenditura della diga sui villaggi sottostanti causando 356 vittime accertate ma, probabilmente, i deceduti furono di più; qualcuno scriverà quasi cinquecento. L’ondata fu preannunciata da un violento spostamento d’aria che iniziò l’opera di distruzione, strappando le vesti a chi si trovava all’aperto, seguita dalla massa d’acqua che, dopo aver devastato i centri abitati della valle, si esaurì nel lago d’Iseo. L’ondata distrusse Bueggio e sommerse Dezzo dove si svilupparono rapidi incendi e deflagrazioni nella fornace di ghisa e nella centrale idroelettrica.

Il crollo della diga di Pian del Gleno: errore tecnico? narra una delle maggiori tragedie avvenute in Italia, dovute a disastri di impianti idroelettrici; quasi 500 vittime, un numero molto elevato, eppure chi si ricorda di questa disgrazia, oppure di quella di Molare nell'alessandrino, pochi anni dopo, con oltre 100 vittime? La memoria popolare si ferma al Vajont, per il gran numero di morti, oltre 2000, ma anche per l'instancabile memoria di Paolini, già di Stava, l'ultima in termine cronologico, il ricordo è molto debole...

Questo interessantissimo volumetto di Umberto Barbisan, insegnante di Tecnologia dell'Architettura e Tipologia Strutturale all'Università di Venezia e grande esperto di storia dll'arte del costruire.

Filippo Zolezzi