Lo Scarpone

Notiziario mensile CAI

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Lo Scarpone
Notiziario mensile CAI
mensile
numero di
agosto 2007

I giorni della Civetta

SOMMARIO


Dolomiti Sotto lo sguardo della Civetta
Giorgio Redaelli e lal Solleder
Vent'anni di Mountain Wilderness
Com'eravamo: scarpette e bagna cauda
Novemila presenze: LetterAltura fa centro
Rock Junior, una festa riuscita
Nasce l'archivio fotografico del CAI centrale
I Rondi tornano a volare
Nives Meroi e Romano Benet, Noi due in vetta. Con stupore
Rigoni Stern ritrovato. Ultime dall'Altipiano
Qui CAI

 

la copertina
Giorgio Redaelli
La scritta a caratteri cubitali sullo striscione che sventola nell'aria limpida dei Piani d'Artavaggio in Valsassina (Lecco) è perentoria: "A Redaelli Giorgio dominatore di tutte le pareti della Civetta". Gliel'hanno dedicata i tanti fan, rapiti dai racconti dei suoi "momenti di vita" consumati sulla gigantesca muraglia dolomitica. Orgoglioso, certo Redaelli lo è. Ma non si è mai sentito un protagonista questo alpinista lecchese ammesso nella scelta pattuglia dei Ragni della Grignetta ormai al crepuscolo di una luminosa attività. Ora che la sua fama viene alimentata dal libro autobiografico ("Momenti di vita", edizioni Grafica Sovico, 224 pagine, 18 euro), una solida nicchia Redaelli se la sta scavando nell'empi¬reo dei Bonatti, dei Piussi, dei Mauri, rispetto ai quali risulta leggermente più "ragazzo".
Scrivere lo ha sempre in parte "disturbato", e tuttavia il disinvolto italiano del suo libro-confessione esprime benissimo il cuore limpido e la classe di questo eroe del sesto grado. Di pagina in pagina Giorgio scrive di getto e non dimentica nessuno. E l'augurio è davvero che la sua fama non sia più circoscritta alle Grigne e ai meravigliosi alpeggi della Valsassina dove ha a lungo contribuito alla gestione del rifugio Aurora.
In tredici capitoli racconta soprattutto delle sue scalate in Civetta dove ha firmato il suo capolavoro realizzando con Piussi, Hiebeler e Sorgato la prima invernale della Solleder. Con puntiglio interviene poi sui tanti problemi non risolti del l'alpinismo di tutti i tempi, in primis quello sempre contro-verso delle chiodature. "Anche il grande Livanos diceva che è meglio un chiodo in più che un alpinista in meno. I chiodi si usano per proteggersi, poi decidi tu a quali appenderti e quali usare per evitare il peggio. Il Grand Capucin lo fai con sette chiodi, purché sette siano!".

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Filippo Zolezzi