La Rivista del CAI

Bimestrale del Club Alpino Italiano

Dir. Resp.: Pier Giorgio Oliveti

bimestrale

ISSN: 1590-7716

distribuzione principale: solo abbonamento

prezzo: euro

Editore: CAI Club Alpino Italiano

 

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La Rivista del CAI
Bimestrale del Club Alpino Italiano
bimestrale
numero di
luglio 2007

SOMMARIO


Editoriale ANNI 2000: LA SVOLTA DELL'ALPINISMO
Il tema FIORI DI ALTA QUOTA: UN CENSIMENTO POSSIBILE
Sotto la lente VIVERE IN MONTAGNA, OGGI
Cinema 55° FILMFESTIVAL DI TRENTO
Formazione CORSI PER ISTRUTTORI NAZIONALI DI ALPINISMO
Tecnica LE SCALE DELLE DIFFICOLTÀ
Alpinismo GLI SPALTI DI TORO
Storia/anniversari VALLI DI LANZ0 150 ANNI DOPO
LA CONQUISTA DELLA CIAMARELLA
UJA DI M0NDR0NE
Escursionismo M0NTASI0 E J0F FUART
SUL GRAN SASSO
Alpinismo MONDI SOSPESI
Alpinismo nel mondo TRE DONNE E LO HIEL0 PATAG0NIC0
Ambiente MARM0LADA: STATO DI SALUTE
Speleologia NEI GRANDS CAUSSES
Materiali & tecniche LA CATENA DI ASSICURAZIONI
Scienza e montagna CHI VIVE SOTTO L'ANTARTIDE?
Alta salute LE PIANTE VELENOSE

 

la copertina
Alba sulla Bessanese
Il 26 maggio 2004 chiude certamente un'epoca, È in quel giorno infatti che Alexander Ruchkin e Dmitry Pavienko arrivano in cima allo Jannu per una nuova via lungo la difficilissima e verticalissima parete nord, abbattendo una delle barriere inviolate nella storia dell'alpinismo attuale.
Ruchkin e Pavienko non sono soli. Arrivano soli in vetta, ma fanno parte dì una squadra nutrita, guidata da Alexander Odintsov, costretta al ritiro a poco dalla cima per una brutta caduta di uno dei componenti, Tutti collaboreranno comunque al buon esito della salita. Senza badare a mezzi. Affronteranno le verticalità strapiombanti di questa big wall di 7710 metri nel Nepal orientale operando con una portaledge fino a trecento metri dalla cima, e facendo man bassa di corde fisse fino a 7500 metri di quota.
Ma sarà proprio per la scelta dello stile adottato, per il gran dispendio dei mezzi usati che l'ascensione non riceverà alcun onore, non rientrerà tra le Grandi imprese, come diversamente sarebbe accaduto ventanni prima. Raccoglierà al contrario vivaci dissensi, evidenziando quanto l'epoca de "il fine giustifica i mezzi", si sia definitivamente chiusa nel grande alpinismo.
L'alpinismo internazionale di punta sì muove oggi più che mai lungo gli itinerari dello stile alpino, pronto a rinunciare all'impresa, a farla maturare e a ritentarla nel corso degli anni, rimanendo fedele a questo principio. Una tendenza che si è affermata via via e ulteriormente affinata, ponendo nuove tacite "regole" all'alpinismo di vertice. Le imprese che segnano le svolte nella storia dell'alpinismo mondiale ad alto livello oggi devono avere queste caratteristiche: pochi mezzi, velocità, tecnica ai massimi livelli su un terreno che esprima la triade roccia-ghiaccio-misto, leggerezza delle cordate. E sono tali solo in quanto complete, a tutto tondo, per alpinisti che sanno muoversi ovunque in stile alpino, pertanto restringendo il campo d'azione a pareti o vette oltre I seimila metri spesso sconosciute ai più. E in Patagonia al Cerro Torre, unico a racchiudere queste caratteristiche di "tutto tondo", In scena vanno montagne come il Siguniang 6250 metri, la più alta montagna del gruppo Qionglai in Cina, che gli inglesi Mick Fowler e Paul Ramsden, una cordata di due elementi, hanno salito nel 2002 per l'inviolata parete di nordovest in stile alpino, «Cinque bivacchi, sei giorni di salita con difficoltà su roccia dì VI e di VI scozzese su ghiaccio verticale di pessima qualità», raccontavano i due che nei 1300 metri di via hanno utilizzato solo ancoraggi naturali senza mai fare uso di spit. O il Nanga Parbat (8125m) degli statunitensi Steve House e Vince Anderson con la loro via nuova aperta nel 2005, direttissima, sul versante Rupal, Una delle più belle salite nella storia dell'alpinismo hìmalayano: 4000 metri in stile alpino con difficoltà M5 X, 5.9, WI4, Cinque bivacchi, sei giorni di scalata.

 

Filippo Zolezzi