Meridiani Montagne

Dir. Resp.: Marco Albino Ferrari

bimestrale

ISSN: 9-771721-507000

distribuzione principale: edicola

prezzo: 7,50 euro

Editore: Editoriale DOMUS

 

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Meridiani Montagne
bimestrale
numero di
settembre 2012

Monti Sibillini

SOMMARIO


Galleria I profili dei Sibillini
Reportage Altipiani, creste e gole nascoste
Echi con variazioni sul tema
Avventure La roccaforte del lupo
Letture Canto notturno degli animali erranti
Escursionismo Ombre e luci
Alpinismo Sulla pietra calcarea
Scialpinismo Il lungo inverno
Esperienze
Cucina Piccola ma davvero grandiosa
Guida
Libri
La collezione

 

Quando agli inizi degli anni Settanta i lupi italiani erano ormai sull’orlo dell’estinzione, il punto più a nord sull’Appennino dove ancora veniva segnalata la loro presenza stabile erano i Monti Sibillini. Queste montagne, con le loro immense foreste e le calve alture spazzate dai venti, sono la vera roccaforte del Canis lupus italicus. E infatti oggi, con la popolazione notevolmente aumentata, non è difficile rintracciare la loro presenza. Si possono seguire le tracce, si possono, in certe sere d’estate, sentire gli ululati. E sarà proprio l’ascolto di quell’ululato a proiettarci più di ogni altra cosa nel mondo primordiale degli Appennini. L’ululato è la voce antica di queste montagne. Ad ascoltarlo mette i brividi: il “coro” con le voci che si rincorrono e si sovrappongono, per rafforzarsi reciprocamente dentro una trama di suoni deboli e forti, producono in noi un senso di smarrimento di fronte a quell’indefinibile pluralità della quale non sappiamo decifrare la provenienza. L’ululato può essere anche indotto lanciando in aria artificialmente lo stesso suono al fine di effettuare in modo scientifico delle stime sulla popolazione. I lupi, al richiamo, rispondono. Ululano per affermare l’occupazione di un dato territorio. L’ululato artificiale è vissuto come un’allerta, come una sorta di provocazione. Anche i tradizionali lupari dei Sibillini utilizzavano l’ululato indotto per verificare la presenza delle prede. Alcuni avevano ideato particolari artifici per amplificare e incupire la loro voce, fino a renderla simile a quella dei lupi. Utilizzavano scarponi di cuoio nei quali incanalavano il richiamo, così da mutare il tono fino all’effetto desiderato. Se i lupi rispondevano, il luparo capiva dove andare. Afferrava il fucile e partiva, valoroso salvatore di uomini dall’immaginario assassino che scende dalle montagne.

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Filippo Zolezzi