Meridiani Montagne

Dir. Resp.: Marco Casareto

bimestrale

ISSN: 9-771721-507000

distribuzione principale: edicola

prezzo: 7,20 euro

Editore: Editoriale DOMUS

 

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Meridiani Montagne
bimestrale
numero di
gennaio 2020

Rutor

SOMMARIO


Echi con variazioni sul tema
Galleria
Reportage Testa o croce?
Antiche vie Un Piccolo passo nella Storia
Scialpinismo Ski total ante litteram
Gare Ritorno alle origini
Lettura Il Grande Gorret
Escursionismo Sentieri d’acqua
Focus Chanousia. Nel giardino dell’abate
Libri Una montagna, due comunità
Guida
Materiali
Collezione
Prossimo numero

 

Dopo 18 anni e 101 numeri di Montagne c’è venuto per un istante da chiederci se rimanessero ancora cime, nell’arco alpino, su cui il nostro sguardo non si fosse mai posato almeno una volta. Ebbene sì, è stata la risposta, ce ne sono, e neppure di poco conto. Come il massiccio del Rutor, con la sua vetta di 3481 metri e l’ampio ghiacciaio, il terzo per estensione della Valle d’Aosta, scenario di una delle più belle gare di scialpinismo che si tengono in Italia e che proprio quest’anno, a marzo, festeggerà la sua 20a edizione. A delimitare il Rutor sono due valli diametralmente opposte per caratteristiche. Aperta, turistica, antropizzata quella di La Thuile, a nordovest; appartata, selvaggia e poco battuta la Valgrisenche, a sudest. C’è poi un terzo versante, quello francese, che si affaccia sull’ampia Vallée de l’Isère. Due valichi principali consentono di passare dall’Italia alla Francia: quello del Colle del Piccolo San Bernardo, frequentato sin dall’antichità, e il Col du Mont, in tempi più recenti battuto dai passeurs che, sfidando carabinieri e gendarmi, guidavano oltreconfine gli emigranti in fuga dalla miseria del dopoguerra. I nomi delle vette e dei valloni che si distendono tra la Valle di La Thuile e la Valgrisenche non sono forse di grande richiamo, oggi, ma per chi voglia andare alla scoperta dello straordinario patrimonio geologico, naturalistico e storico di questa porzione di Alpi Occidentali offrono una moltitudine di itinerari, estivi e invernali. Perché la sfida dell’andare in montagna è innanzitutto con se stessi. Poche settimane fa “l’alpinismo” è stato proclamato Patrimonio culturale immateriale dell’umanità. La candidatura era stata presentata nel 2018 in maniera congiunta da Italia, Francia e Svizzera, che di questa pratica avevano evidenziato gli aspetti sociali e culturali nonché quello spirito internazionale che chi frequenta le terre alte ben conosce. Ma la cosa straordinaria è che nella richiesta si era voluta evidenziare l’inutilità dell’alpinismo. E di fatto l’Unesco ha riconosciuto nella pratica alpinistica una forma d’arte: quella di “scalare le montagne e le pareti rocciose grazie a capacità fisiche, tecniche e intellettuali”. Un gesto umano che, proprio come l’arte, si caratterizza per non avere uno scopo. O meglio, a cui ciascuno di noi attribuisce il senso che vuole.

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Filippo Zolezzi