L'ALPE

Dir. Resp.: Enrico Camanni

semestrale

ISSN: 1129-1621

distribuzione principale: edicola

prezzo: 10,10 euro

Editore: Priuli & Verlucca Editori

 

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L'ALPE
semestrale
numero di
dicembre 2006

Cinema di montagna

SOMMARIO


Esiste il cinema di montagna? Sì esiste, ma forse sarebbe il caso di precisare che esistono tanti cinema di montagna. O almeno che si tratta di un genere con due anime… DI ERMANNO COMUZIO
Il mito in pellicola. Il cosiddetto «Bergfilm» è un genere vasto e articolato. Gli storici non hanno ancora esplorato fino in fondo la materia, specie nei suoi risvolti simbolici. DI RÉMY PITHON
Il mito in pellicola. Il cosiddetto «Bergfilm» è un genere vasto e articolato. Gli storici non hanno ancora esplorato fino in fondo la materia, specie nei suoi risvolti simbolici. DI RÉMY PITHON
Allucinazioni alpine. Per chi si interessa di immaginario della montagna, il cinema costituisce una fonte preziosa di visioni e di rappresentazioni. DI CHRISTIAN ARNOLDI
Trenker, il cow boy delle Dolomiti. Tacciato di «stupidità» e complicità con il nazismo, il cinema di Luis Trenker è stato riabilitato solo agli inizi degli anni Ottanta, a Trento e a Torino. DI PIETRO CRIVELLARO
La bella maledetta. Nel 1932 l’attrice Leni Riefenstahl passa dietro la macchina da presa per dirigere e interpretare il film La bella maledetta. DI LENI RIEFENSTAHL E RÉMY PITHON
Le due anime del cinema di alpinismo. Non esiste, in cento anni di cinema, un regista che sia diventato un grande alpinista o un alpinista che sia entrato nella storia del cinema. DI AUGUSTO GOLIN
Il sale del cinema «di montagna» Anche nel «cinema di montagna» esiste un filo conduttore, una ricetta di successo, una regola: il rapporto tra la montagna e la città. DI ENRICO CAMANNI
«The Mountain»: alcune notazioni critiche. Se la lettura psicologica dei protagonisti è schematica e scontata, decisamente più stimolante e attuale è quella della metafora culturale. DI GIANLUIGI BOZZA
Yeti e altri mostri. La Bella e la Bestia, il genere è quello. Che si tratti di Shrek, della fiaba dei fratelli Grimm, o più indietro dell’Asino d’oro di Apuleio… DI LEONARDO BIZZARO
La «diversità» della montagna. Da oltre mezzo secolo il «TrentoFilmfestival» riunisce i protagonisti e gli appassionati della montagna. All’insegna della «diversità». DI FEDERICA BEUX
Il meglio del cinema di montagna. Il «Cervino International Film Festival» è nato e cresciuto con lo scopo di conservare, promuovere e divulgare il buon cinema di montagna. DI VALERIANA ROSSO
Il mio nome è Bond. La filmografia di James Bond ha sempre seguito, e talvolta preceduto, l’evoluzione dei gusti del pubblico. Anche quelli degli sciatori. DI MICHEL TAILLAND
Seduzioni di carta. Questo fascicolo è stato illustrato con l’aiuto del Centro di Documentazione sul Cinema delle montagne del Museo «Duca degli Abruzzi». DI ALDO AUDISIO

 

Il rapporto tra cinema e montagna è assai simile a quello tra letteratura e mondo delle altezze. Molta produzione di genere, destinata ad alimentare gli scambi tra gli specialisti, e poca produzione da «grande schermo», cioè diretta al vasto pubblico. Però il «cinema di montagna» è esistito veramente con il nome di Bergfilm, e ha coinciso con la fortunata, breve e discussa stagione del Ventennio, soprattutto nei paesi a nord delle Alpi.

Esiste o non esiste?
Trasponendo sullo schermo il quesito che suggerimmo per la letteratura («L’Alpe» n. 11), ci si può legittimamente domandare se esista un «cinema di montagna».
Il critico Ermanno Comuzio non ha dubbi: «Non solo esiste, ma ne esistono tanti, di cinema di montagna…». Per poi subito precisare: «Si tratta di un genere con due anime: quella cara agli alpinisti e agli appassionati di montagna, e quella cara a chi apprezza i valori filmici».
E rieccoci dunque alla vecchia, insuperabile cesura tra la cultura della montagna per così dire endogena, cioè scritta, praticata e condivisa dai soli addetti ai lavori, e la cultura tout court, in questo caso cinematografica, che può far uso della montagna come sfondo, scenario, musa. Mentre gli alpinisti hanno da sempre utilizzato la macchina fotografica e la macchina da presa per documentare e narrare le proprie gesta (e c’è da credere che continueranno a farlo), i registi «laici», cioè attratti da motivazioni artistiche e non da valori iniziatici, continuano a guardare alla montagna con scetticismo e diffidenza, come a un oggetto che non si conosce e per questo fa un po’ paura, un luogo dove l’azione è sempre troppo lenta per reggere la scena, o più semplicemente un mondo freddo e lontano che pone molti problemi alle riprese.
Eppure, a differenza della letteratura, c’è stato un periodo, in una precisa area geografica alpina, in cui cinema e montagna sono andati a braccetto: «Nato in Svizzera durante la Grande Guerra – scrive Rémy Pithon –, il “Bergfilm” si è sviluppato nella seconda metà degli anni Venti e ha trovato spazio nei paesi confinanti. In paesi come la Svizzera e l’Austria, dove la presenza delle montagne è tale da far sovrapporre i valori della cultura alpina a quelli della cultura nazionale, il fascino del “Bergfilm” ha funzionato da catalizzatore popolare».
Paradossalmente non c’erano elicotteri né telecamere digitali, non esistevano le previsioni meteo a indicare il giorno e l’ora con la luce migliore, mancava il computer a correggere errori e aggiungere meraviglie, eppure si sono prodotti i film più intensi per trama, riprese, recitazione e – soprattutto – per il ruolo allegorico delle cime. I registi riconoscevano la montagna come una casa propria, fascinosa Heimat, e le pellicole ne riproducevano l’anima.









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Filippo Zolezzi